DEF LEPPARD AND WHITESNAKE – LIVE IN MILAN

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Il 19 giugno é stata un giorno particolare. 

Non solo per il ritorno in suolo italico dopo 13 anni dei Def Leppard, ma anche perchè questo ritorno è stato accompagnato dalla stessa band con cui hanno diviso il palco allora, i Whitesnake (anche se a “ruoli” invertiti: in quell’occasione infatti fu la band capitanata da Coverdale ad essere headliner). 

Un live che quindi ha, già dalle prime ore di attesa, un sapore un pò retrò, a prescindere dall’età anagrafica del pubblico. Numerosissimi infatti i giovani presenti, laddove ci si aspettava una schiera di ultraquarantenni, che il caldo torrido non ha certo fermato (alcuni interpidi hanno atteso sotto il sole cocente sin dalle prime ore del mattino). 

Frotunatamente la location scelta, il Mediolanum Forum di Assago, si è dimostrata all’altezza della situazione non solo per la capienza (pochissimi posti liberi sugli spalti, tanto da far gridare al Sold Out) ma anche per la sempre benedetta Aria Condizionata che ha permesso alla marea di gente presente di poter respirare e godersi appieno lo spettacolo. 

Perchè di spettacolo, appunto, si è trattato. 

Anzitutto un inizio PUNTUALE, come da programma (nonostante un lieve ritardo nell’apertura dei cancelli), cosa che permette di potersi godere un concerto anche nel bel mezzo della settimana, non intaccando quelli che possono essere gli orari lavorativi del giorno dopo, visto che alle 23.10 era tutto finito, encore compresi. 

Le note della rocciosissima “Bad Boys” ad aprire la performance del Serpente Bianco lascia già intendere cosa ci aspetta nell’ora successiva: chi critica la band di essersi “ammorbidita” nel corso del tempo non ha idea di cosa sta parlando, il muro sonoro proposto dalla band è qualcosa di impressionante, preciso e dannatamente Heavy. Un Coverdale assolutamente fenomenale, che a dispetto dei suoi 70 anni riesce a tenere il palco in modo spettacolare, senza risparmiarsi, giocando con il pubblico (soprattutto con quello femminile, come da copione), divertendo e divertendosi. I soliti haters diranno che non ha più la voce di un tempo (e grazie al cavolo, direbbe qualcuno… ma lui a 70 anni è ancora sui palchi a dare spettacolo) ma questo non influenza minimamente la performance live, Grazie alla scelta dei musicisti che, oltre a suonare, possiedono voci differenti che durante i cori non fanno rimpiangere le incisioni degli album. A tal proposito, grande la performance di Michele Luppi che con le sue doti canore ha contribuito in gran parte alla riuscita dello show (e Coverdale questo lo sa: quando lo ha presentato al pubblico non è stato solo per tributo all’Italia). 

La scaletta si è susseguita quasi senza sosta, intervallata solo dalla classica Guitar Battle tra Hoekstra e Beach al termine di “Slow ‘n’  Easy” e dal Drum Solo di quella macchina da guerra che risponde al nome di Tommy Aldrige, classe 1950, che non si risparmia per un solo secondo, fornendo una delle migliori performance batteristiche a cui abbia mai assistito. 

L’immancabile “Still Of The Night” chiude un live perfetto sotto ogni punto di vista, accompagnato come sempre dal classico “Be safe, be happy and don’t let anybody makes you afraid”: non può esserci augurio migliore. 

Gli anni ’80 rimangono gli assoluti protagonisti della serata, grazie anche alla scelta musicale del dj per l’intermezzo (molto breve, appena 30 minuti per il totale cambio palco). 

Rocket. 

Inizio con il botto. 

Def Leppard si fanno perdonare un’attesa lunga 13 anni con una carica eccezionale, tra luci, immagini sullo sfondo e i ritornelli cantati all’unisono. Nonostante un pesante uso dell’autotune da paarte di Elliot nei primi 2 pezzi (pesante e decisamente fastidioso) il banco di prova personale ma cui ho sottoposto la band è stato ampiamente superato. 

Ok, la band inglese non è certo la mia preferita, però le loro hit le conosciamo tutti: pezzi come Animal, Let’s get Rocked o Hysteria fanno parte della nostra vita “musicale” e sentirli riproposti dal vivo senza una sbavatura, con tutti gli intrecci vocali di cui i 5 sono capaci è stata una cosa quasi commovente. Una volta entrato in mood, Elliot ha dato prova di una tecnica e di un carisma invidiabili, e nel mid tempo/power ballad ha superato se stesso. When Love and Hates Collide e, soprattutto, Love Bites sono stati due dei punti più alti di tutta la serata, insieme al commovente drum solo di Rick Allen che, nonostante la menomazione, non sfigura e porta alle lacrime compagni e pubblico (e sé stesso, visto il calore e la risposta delle migliaia di persone presenti. si dice 8000, ma la cifra credo sia molto sottostimata). 

Lo show è confezionato alla perfezione, ogni immagine proiettata è a tema con la canzone suonata, il carisma della band è evidente e i musicisti si muovono lungo tutto il palco (passerella che porta in mezzo al parterre compresa) e sfruttano tutti i microfoni sparsi per lo stage, anche quelli dietro la batteria di Allen. 

Un tuffo negli anni ’80, come detto, che ha dimostrato che, seppur diametralmente opposti come ideologie, stile di vita e modo di far musica, Whitesnake e Def Leppard sono forse le ultime 2 vere realtà dell’Hard Rock in circolazione, proprietari di una carriera che non teme confronti con altri grossi nomi del passato o attuali. Non tanto come imponenza dei live (non nascondiamoci dietro ad un dito, nell’ Hard Rock un qualsiasi spettacolo dei Kiss o dei Motley Crue dei bei tempi annichilisce qualsiasi band) quanto per la qualità delle produzioni e la loro “globalità”. 

Whitesnake e Def Leppard vanno oltre le definizioni di genere. E oggi come oggi questa è una caratteristica che da sola vale molto più di tutta una carriera. 

Report a cura di Riccardo Rhaxs Sitzia.

Autore dell'articolo: Redazione

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